TAIJI - UNA STRAGE PROGRAMMATA


La protesta contro la strage che si consuma ogni anno nella baia di Taiji si fa sempre più intensa. L’opinione pubblica e i governi di tutto il mondo si sono schierati contro la macellazione e la cattura per la riduzione in cattività di centinaia di delfini. Il governo indiano lo scorso anno ha riconosciuto che gli esemplari di questa specie dovrebbero essere visti come persone non –umane e come tali avere dei diritti specifici.

Nei giorni passati una foto ha fatto il giro del mondo: giornali, tv, social network hanno reso questa immagine il simbolo di una lotta. Nella foto è ritratto un cucciolo di delfino albino.

Questa è la sua storia.

Impossibile non pensare al grande cetaceo dal colore della neve del noto romanzo. Le dimensioni e le specie non coincidono, ma la mitica Moby Dick e Shoujo hanno in comune quel biancore che è simbolo di purezza, innocenza e candore, ma anche ad un livello più profondo del lutto e della morte. E se la balena bianca Moby Dick ad una prima lettura appare come il mostro malvagio con cui l’umano è perennemente in lotta, Shoujo, il delfino albino, come in un riflesso speculare è la vittima della crudeltà umana.

Shoujo significa ragazza ed è il modo in cui i giapponesi chiamano Bambi e proprio come l’animale disneyano anche il tursiope giapponese ha perso la mamma a causa dell’avidità e della crudeltà di un uomo, che evidentemente non sa più apprezzare e convivere con la bellezza e l’innocenza, ma sa solo distruggere. Shoujo faceva parte di un gruppo di 250 delfini che nei giorni scorsi dalla vastità del mare aperto erano stati imprigionati dentro una piccola baia. Baia che per diversi giorni è stata trasformata in un girone infernale.

Le scene di caccia ai delfini sono le stesse da secoli, ma la loro ferocia ci appare ogni volta con una forza e un orrore inedito.

I pescatori a bordo di piccole barche producono con tubi metallici suoni che disorientano e spaventano i delfini, spingendoli verso una baia poco profonda successivamente chiusa da reti. In genere i cacciatori feriscono alcuni esemplari: i delfini non abbandonano i familiari feriti. Dopo una notte passata cercando allontanarsi dalla terraferma i delfini vengono spinti verso riva dai pescatori. Lì li massacrano senza pietà con coltelli e ganci. Gli animali feriti a morte agonizzano per minuti interi, a volte anche ore prima di essere macellati. La carne dei delfini, nonostante gli alti livelli di mercurio(anche 900 volte più contaminata rispetto ai limiti fissati per legge) e altre tossine dannose verrà venduta e destinata al consumo umano dalla Taiji Fishermen’s Union. I sopravvissuti assistono a tutto questo. L’ultima caccia è stata particolarmente cruenta: durata per giorni interi ha portato alla macellazione di 41 esemplari, 52 sono stati selezionati per la cattività e più di cento sono stati respinti in mare sotto shock dopo aver assistito a giorni interi di mattanza, feriti, affamati. Molti di loro, tra i quali buona parte dei cuccioli, non saranno in grado di sopravvivere.

Il piccolo delfino albino ha nuotato terrorizzato al fianco della madre per tutto il tempo del massacro. In un mare insanguinato è poi stato strappato alle cure materne per finire la sua vita nella misera vasca del Taiji Whale Museum come attrazione per attirare i turisti. E come lei tutti i delfini catturati: strappati all’oceano e agli affetti (sono animali sociali e come tale vivono in branchi, anche molto numerosi) per essere venduti a cifre astronomiche ai parchi divertimento, agli acquari e ai delfinari di tutto il mondo.

E tutto questo si ripete ogni anno.

Shoujo, battezza con questo nome da Paul Watson, fondatore di Sea Shepherd, è solo l’ultima delle vittime di una strage che ogni anno dal 1° settembre fino a marzo insanguina la baia di Taiji.

Fino al 2003 non si sapeva nulla del massacro: a svelare l’atroce mistero agli occhi del mondo sono stai i filmati e le fotografie scattate nella baia durante la mattanza annuale dagli attivisti di Sea Shepherd (l’organizzazione internazionale che si prefigge di fermare la distruzione dell'habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani attraverso l’azione diretta per investigare, documentare e agire). Grande scandalo ha inoltre suscitato il documentario premio Oscar 2009 “The Cove”. Dal 2010 Sea Shepherd ha lanciato l’operazione “Infinite Patience”, utilizzando quella che nell’epoca della comunicazione è l’arma più potente: la fotocamera. Ogni anno a Taiji i Cove Guardian, volontari arrivati da tutto il mondo, documentano e rivelano al mondo le atrocità di cui sono testimoni, nonostante i tentavi fatti dai pescatori di camuffare l’orrore, nascondendosi dietro a dei grandi teloni.

E’ proprio grazie alla diffusione quotidiana delle immagini in streaming dell’ultima caccia che si sta sollevando in tutto il mondo una voce contraria a quella che viene dipinta come una tradizione.


Yoshihide Suga, portavoce del governo nipponico, afferma infatti che la mattanza: “E’ una parte tradizionale della cultura alimentare del Giappone. E' fatta con metodi tradizionali di pesca e condotta nel rispetto delle leggi.”

Noriko Ikeda, membro del gruppo animalista Action for Marine Mammals, che ha organizzato nei giorni scorsi manifestazioni di protesta, risponde che “Molti giapponesi non sanno affatto della caccia al delfino. Il governo ha detto che la pratica fa parte della tradizione e della cultura del cibo giapponese, ma in realtà è estremamente difficile che un giapponese mangi carne di delfino. Il vero problema è che la caccia è alimentata dalla domanda di delfini vivi da parte degli acquari che organizzano gli show.”

La tradizione alimentare è quindi solo un paravento al ben più lucroso commercio di animali destinati agli acquari e ai delfinari.

I governi di tutto il mondo stanno prendendo una decisa e contraria posizione contro la strage: Stati Uniti, Regno Unito e Germania sono solo alcuni degli stati che hanno protestato ufficialmente. Anche il mondo dello spettacolo sta alzando la sua voce contro la violenza subita da queste creature innocenti. L’opinione pubblica mondiale é contro le stragi che si compiono ogni anno a Taiji (come testimoniano le migliaia di iniziative, le petizioni, gli allarmi sui social network) e chiede al governo nipponico di farle cessare.

Il Giappone però pare non sentire le voci di dissenso: la caccia nella baia continua imperterrita.

Dobbiamo pretendere un cambio di rotta. Nessuna cultura e tradizione, le grandi scusanti per le crudeltà che si consumano non solo nella baia di Taiji (basti pensare alla corrida o alle più familiari sagre di paese), possono dirsi tali se si basano sulla sofferenza, lo sfruttamento e la morte di esseri senzienti. La vera cultura è quella che si basa sulla salvaguardia, sul rispetto e sulla conservazione dell’ambiente e di tutte le specie che lo abitano senza distinzioni antropocentriche.

Aderiamo alle proteste internazionali e non frequentiamo delfinari, acquari, parchi a tema: chi acquista un biglietto per assistere a questi spettacoli é complice e mandante della strage.

Shoujo era una cucciola speciale che viveva nell’oceano e nuotava per chilometri libera insieme alla madre. Oggi Shoujo è un’attrazione, una schiava imprigionata dentro una vasca, che nel dolore e nella solitudine della sua condizione continua a ripensare alla baia insanguinata nella quale ha perso una madre, la sua famiglia e la sua libertà.  


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