COME MUORE UN TORO A SAN FIRMINO


E’ buio. Troppo buio. Non capisco. Un caldo umido mi si appiccica addosso. Il viaggio non è stato molto lungo; giusto qualche ora. Siamo partiti in sei. Tutti stipati in una scatola di lamiera che è diventata rovente pochi minuti dopo la partenza. Il frastuono del motore sovrastava le nostre grida e i suoni a noi familiari sono andati via via spegnendosi, mentre ci allontanavamo dal luogo della nostra esistenza. In quegli attimi, l’esatta cognizione che si stesse compiendo la nostra storia.
Giunti a destinazione, siamo stati fatti uscire dal luogo di lamiera e spinti, da grida, su questa polvere. La luce, per i nostri occhi abituati all’oscurità, era troppo forte.
E ora sono qui.
Riesco a percepire la presenza degli altri solo dal loro respiro perché, in questo encierro, è davvero buio.
Lunga la notte.
L’oscurità è venuta quando, a poco a poco, sono cessate le voci. Ore e ore tra queste assi di legno e un lungo serpente di voci e volti sconosciuti. Mani, gambe, occhi. Tutti diversi eppure tutti uguali.
Voglio credere a un senso per tutto ciò. Ma, davvero, non capisco.
E, adesso, questo caldo e questo silenzio all’interno del nulla. Finirà. Lo so che finirà: il nulla non può essere infinito. Forse, queste, sono solo le ore – lunghe, troppo lunghe – che precedono il rito. L’attesa.
In questo momento esatto, io sono tutto quello che ho vissuto. Odori, sapori. I campi di Navarra.
Un soffio più forte. La paura dei miei compagni la sento come l’aria densa che si respira qui dentro; una paura che ti entra nei polmoni. Gusto acre sulla lingua.
Ora chiudo gli occhi. Palpebre pesanti. No. Non voglio dormire; non devo perdermi neanche un attimo. Sentire tutto e non smettere di vivere questo nulla, questa attesa. Neppure i miei compagni dormono, anche se li sento immobili. Solo, ogni tanto, quel soffio più forte, ma appena percettibile, ad accompagnare il dolore di questo non sapere che preme.
Ecco: in questo attimo, il silenzio è più assordante. Sento che è l’apice. Pochi secondi e la lunga onda che aveva portato a ciò si ritira. Lentissimamente. Ne sono certo: ho superato la metà del tempo che mi è stato dato.
Così, succede: è l’esplosione. Mille grida che diventano una. Feriti gli orecchi. E gli occhi dalla luce improvvisa. Il sole di Navarra non è più amico. E’ talmente acuto il dolore che non sento neppure il legno che infierisce sulla mia schiena.
Ora, posso solo correre.
Ma i miei arti non conoscono questo suolo. Uno avanti all’altro freneticamente.
Ed è adesso che succede: mentre due barriere mi impongono la direzione, marionette impazzite schizzano da un lato all’altro. Aberranti. Oscene. Non ne distinguo le fattezze: troppa luce, troppo sole. Il vomito sale e non riesco più a deglutire. Bava che scende copiosa.
E continuo a correre.
Odore acre di piscio e vino. Il legno ancora infierisce sulla mia schiena e cado. E’ allora che le grida si fanno ancora più forti raggiungendo l’acme.
Mi rialzo e riprendo a correre; non posso fare altro.
Le oscene marionette proseguono la loro macabra danza su una musica fatta di dissonanze e stridii che feriscono.
E continuo a correre su questa strada lunga un attimo. L’attimo che avevo atteso ma che non aspettavo. Il respiro, già affannoso, si fa più corto. E’ una paura che stringe alla gola. Morsa d’acciaio.
E continuo a correre.
La strada piega, improvvisamente. I miei occhi non se ne erano accorti. Ancora legno sulla schiena, ma ormai non mi ferisce più. Invece, mi ferisce non sapere.
E continuo a correre.
La strada si restringe. O, forse, sono io che lievito, gonfio, mi espando. Riempio ogni spazio della ormai stretta via, se rapportata alla mia stazza.
E continuo a correre.
Sento, lungo i fianchi, il calore di altri corpi. Sono le marionette. Che strano: avrei giurato che fossero gelide, invece alitano fiato caldo. Fiato caldo nauseabondo. E fuggono. Si avvicinano a me, poi fuggono di nuovo in un gioco surreale di distanze guadagnate e perse. Scivolano. Cadono. Schizzano.
Ormai sono giunto. Sento che la corsa sta finendo. Improvvisamente, infatti, non ci sono più pareti. La morsa si allenta. Un boato. Mi fermo e riprendo fiato. Ma sono solo pochi istanti perché altri corpi caldi mi spingono dentro. No: ancora il buio. L’attesa. Il nulla. Stavolta, però, è breve; come un mancamento appena. Giusto il tempo di sentire il cuore rallentare. E, di nuovo, si apre dinanzi a me il sole cattivo di Navarra. Ancora grida all’unisono e macchie scure che mi svolazzano intorno, farfalle enormi e maligne, dalle alti di stoppa. Si avvicinano, poi si allontanano. Mi slancio verso di loro per scacciarle e, ogni volta, è una fitta alla schiena. Liquido caldo che mi bagna; in mille rivoli cola sulla polvere. Non lo vedo ma lo sento. Sulla lingua, sapore salato.
Fammi riprendere fiato, farfalla. Fammi riprendere fiato. Sento ancora le urla: ogni volta che mi avvicino alle macchie scure, chiudono la strofa di questa tragica canzone. E, dopo, ricomincia. Sempre uguale a se stessa.
E ora che succede? Le farfalle non sbattono più le ali. E questo silenzio assurdo. Tutto fermo. E sempre questo maledetto sole di Navarra. Adesso una farfalla si stacca dalle altre e si avvicina. Il suo volo non fa rumore. Striscia le ali sulla polvere e si avvicina. Stavolta no: non mi slancio verso di lei. Sarebbe inutile, lo so. Meno polvere, tra noi due. Ma cosa fa? Di nuovo le ali: le solleva. Una folata di vento appiccica al mio liquido caldo questa polvere che non conoscevo prima. E si impasta anche con la mia saliva. Mi acceca gli occhi. Brucia, brucia dentro. Vattene, farfalla! Questa volta ti caccio via, anche se sono stanco, tanto stanco. Ecco: un ultimo sforzo. Ma cosa fai? Ti vedo come ombra in controluce. Ora hai un’altra ala sottile che sollevi, lentamente. Poi un guizzo e non la vedo più. E non vedo più la tua sagoma. Non sento la polvere, le grida.
E’ buio. Troppo buio. Non capisco.

 

Foto ©Tras Los Muros


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