DENTRO L'INFERNO DI GREEN HILL


Il 16 giugno 2015 si è tenuta presso il tribunale di Brescia una nuova udienza del processo che vede alla sbarra gli attivisti arrestati il 28 aprile 2012 a Green Hill.
Le accuse sono pesantissime e le condanne potrebbero essere di mesi o anni di carcere perché il sistema considera la liberazione di una vita un reato.

Animal Amnesty era presente e vi racconta la storica giornata che ha portato alla liberazione di 69 beagle destinati alla vivisezione attraverso le voci degli arrestati.

 

Lei era a Green Hill quel giorno? Perché era a Montichiari? Perché ha scavalcato la rete? Perché ha portato via i cani? Domanda il PM.

Ma la domanda che nessuno fa anche se è quella più importante è: perché una persona mette in pericolo la propria libertà per salvare un cane?

 

C'è chi aveva visto in tv o sul web quello che accadeva dentro i capannoni ed è arrivato a Montichiari per verificare che fosse vero, per urlare la propria rabbia, per documentare gli orrori e chi per combattere un intero sistema di sfruttamento.

Molti erano già animalisti, antispecisti, alcuni sono diventati vegani dopo quella giornata.

Per alcuni era la prima manifestazione, per altri il 28 aprile veniva dopo mesi di lotta, sciopero della fame, un mese di vita in tenda sotto la collina maledetta.

C'è chi ha scavalcato una rete, chi è passato da un buco, chi dai prati.

C'è chi è entrato in uno, due capannoni.

C'è chi è rimasto fuori oltre il filo spinato.

C'è chi è fuggito con un cane, chi con due, chi l'ha trovato per strada, chi li ha passati da una parte all'altra della rete: dalla prigionia alla libertà, dalla morte alla vita.

Giovani, meno giovani, uomini, donne, provenienti da città diverse, con lavori diversi, vite diverse.

Tutti però spinti dalla stessa volontà: liberare i beagle di Green Hill.

 

Nei racconti degli imputati in aula si danno il cambio la rabbia, la passione, la commozione, la gioia.

Sentimenti che trovano un eco nel cuore, nella pancia, nella mente di chi ascolta.

A chi quel 28 aprile era a Montichiari pare allora di sentire l'erba sotto i piedi, il caldo, la rabbia, la gioia.

Chi non c'era può chiudere gli occhi e sentire, vedere, vivere attraverso le parole quella giornata.

Le voci si alternano e parlano del corteo pacifico fatto di slogan, striscioni, rabbia e passione. Corteo che ad un certo punto si spacca. Molte persone si inerpicano sulla collina maledetta e quello che si trovano davanti agli occhi una volta arrivati in cima tra doppie recinzioni, filo spinato e capannoni sembra un lager. E di fatto lo è.

Aumentano la rabbia, la disperazione, la determinazione.

Salviamo i cani di Green Hill.

Una transenna appoggiata alla recinzione diventa un ponte magico. Un buco nella rete diventa un varco verso un' altra dimensione. Cosa c'è al di là del filo spinato? Una realtà così orribile da dover essere nascosta e protetta.

Aprire la scatola nera, fare luce in un posto buio, mostrare al mondo ciò che il mondo non vuole vedere.

Ma soprattutto: liberare dei prigionieri che non hanno commesso nessuna colpa, graziare dei condannati innocenti.

Qui e ora: agire in prima persona per liberare i cani di Green Hill.

Ruotare la maniglia di un capannone e trovarsi immersi in un girone infernale.

Un odore irrespirabile, caldo torrido. Luce artificiale che in un capannone è così bassa da rendere ciechi per qualche secondo gli occhi. Un lungo corridoio dove trabocca la pipì ai lati dei quali si trovano i box affollati.

In che stato sono i cani? Chiedono gli avvocati. Lei cos' ha visto? Chiede il P.M.

E i dodici rispondono con la voce che ancora trema per l'orrore, alcuni non riuscendo a trattenere le lacrime:  animali deboli, immobili, apatici, sdraiati, spaventati dagli uomini, occhi pieni paura, tristezza, disperazione, pianti. Cuccioli a cui era stata strappata la madre. Madri a cui erano stati tolti i cuccioli. Oppure madri e figli insieme in box piccoli, pieni di feci, senza una cuccia o una ciotola, una sola lampada rossa ad illuminare la loro desolazione, tanta troppa segatura intrisa di pipì sul pavimento.

Cani "tutti tagliati", cicatrici sulla testa e sull'addome. Una cagnolina adulta sdraiata sul pavimento con una ferita che le attraversa tutto il ventre tenuta chiusa in malomodo non da punti di sutura ma da pinzette, tanto che in alcune parti è aperta. Un cane in condizioni così terribili da spingere la persona che lo vede a correre fuori e a chiedere aiuto agli uomini in divisa che rispondono sbattendola a terra e arrestandola.

Altri cani con altre ferite: sulla testa, all'addome, intorno agli occhi. Ferite vecchie e nuove.

E negli altri capannoni altri cani, altre ferite, altre separazioni. Altro orrore.

Un girone infernale dove i dannati però non hanno commesso alcuna colpa.

Uno degli imputati dice tra le lacrime che OGNI CANE AVEVA BISOGNO DI ESSERE SALVATO.

E li salvano.

Ci sono mani che afferrano i cani e li portano fuori dall'inferno.

Mani che sollevano i cani sopra il filo spinato e cani che volano oltre la recinzione: e in quel gesto sembra di scorgere una nascita, un parto.

Decine di cani vengono portai via dai capannoni passati di mano in mano e dopo corse tra i campi, sulle strade, a piedi o con passaggi chiesti agli automobilisti ignari, con nascondigli e trovate ingegnose vengono messi in salvo.

Per sempre.

Altri non ce la fanno. Ci sono cani la cui corsa, nonostante il coraggio e l'abnegazione di chi sta cercando di metterli in salvo, finisce. Finisce davanti a uomini in divisa e dei loro destini non si sa nulla se non che "hanno fatto una brutta fine".

Come una fattrice stremata trovata sulla strada da una persona che la raccoglie e non la lascia: continua a stringerla e a proteggerla anche quando viene fermata dalla polizia. Continua ad abbracciarla e consolarla anche quando viene arrestata e caricata sulla volante. Solo in commissariato le sue braccia si sgraveranno non per sua volontà del dolce peso di quella creatura. E in quell'abbraccio, dopo una vita di violenza, forse quel cane avrà trovato finalmente l'amore e un briciolo di gioia. Forse non è bastato a cancellare una vita di orrore, ma ha dato un senso ad un'esistenza di sofferenza.

 

Il 28 aprile si conclude con 69 beagle liberi e 12 attivisti arrestati e incarcerati.

 

Perché una persona mette a rischio la propria libertà per salvare un cane?

Per fermare le ingiustizie perpetrate ai danni degli animali impotenti.

Per far vedere loro la luce, per far sapere loro cosa voglia dire avere una famiglia e essere amati.

Per salvarli dalla disperazione e dal dolore.

Perché ogni vita ha lo stesso valore.

Per diminuire con il gesto della liberazione la violenza che domina la nostra società.

Vi sembrano le parole di criminali?

Sono le parole di chi ha rischiato il bene più prezioso che ha, la libertà, per salvare delle creature indifese. Persone che non solo credono nella possibilità di vivere in un mondo dove la giustizia e il rispetto per ogni forma di vita siano la regola, ma che quel mondo con le loro azioni lo stanno costruendo.

E dal 28 aprile la realtà è cambiata: oltre tremila cani destinati alle torture e alla morte in un laboratorio vivono liberi circondati da amore, i vertici di Green Hill hanno subito un processo che si è concluso con una condanna per maltrattamento e animalicidio, in Italia è entrata in vigore una legge che vieta di allevare cani, gatti e primati per la sperimentazione.

Ma il cambiamento più importante è quello che sta avvenendo nelle menti delle persone e nella sensibilità sempre più diffusa nei confronti dei diritti animali.

Il cambiamento è in atto ed è inarrestabile e chi promulga e fa rispettare le leggi dovrà accettarlo.

Il vero crimine è  imprigionare e torturare esseri viventi, non certo offrire loro la libertà, amore e rispetto.

 

"NESSUNA LEGGE POTRA' COSTRINGERMI A CREDERE CHE UCCIDERE UN ANIMALE  SIA UNA COSA GIUSTA".


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