GREEN HILL: IL PROCESSO DI INIZIO MILLENNIO


Ieri in un'aula affollata all'inverosimile si è tenuta la seconda udienza del processo contro i vertici di Green Hill.

Oltre ai giornalisti, ai responsabili di varie associazioni animaliste e ad alcuni affidatari dei cagnolini era presente anche un nutrito gruppo di studenti di giurisprudenza. Perché è il Processo di inizio millennio.

Non solo Davide contro Golia, semplici cittadini contrapposti ad una multinazionale immensamente ricca e influente, ma pure persone che rappresentano cani, anzi ancora meno, cavie contro lo strapotere dell'industria chimico farmaceutica nella sua forma più brutale, quella della vivisezione.

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Ricordate questa sigla.

Ieri abbiamo ascoltato buona parte dei testimoni dell'accusa: due responsabili del nucleo forestale che effettuarono gli accertamenti il 18/07/2012, il dirigente dell'Usl di Brescia, due esperti medici veterinari e alcuni ex dipendenti di Green Hill.

Abbiamo seguito con sgomento i loro racconti su quanto avveniva in quei 5 capannoni.

Mettetevi i DPI (dispositivi di protezione individuale): stivali, calzari, tuta, guanti e tappi per le orecchie o cuffie antirumore; passate il badge e siete dentro.

Un corridoio con due file di box ininterrotti a destra e a sinistra. Non c'è quasi luce perché gli edifici hanno solo piccole finestrelle nella parte alta, perciò pure in una piena giornata di estate è necessario tenere accesi tutti i neon. Manca l'ossigeno a causa del caldo puzzolente del capannone, 30°, umidità elevata e a smaltire gli effluvi di circa 400 cani solo un condotto di areazione forzata. E soprattutto un vociare costante, il rombo di centinaia di cani che abbaiano furiosamente, ininterrottamente per tutto il tempo dell'investigazione (e le squadre dei forestali rimasero là dalle 9 del mattino all'1 e mezza del giorno successivo). Ma questo continuo allarme non è provocato dalla presenza di estranei, era la norma, anche per i soli dipendenti del posto, tanto che ognuno di loro aveva i propri tappi preferiti o le proprie cuffie, tanto che i muri erano stati insonorizzati molto bene, cosicché dall'esterno si potesse percepire giusto una minima parte del rumore interno.

In quei box a terra cemento malamente coperto da qualche manciata di segatura, ai lati le pareti graffiate, le sbarre della porta e musini e zampine che scodinzolando e saltellando in piedi cercano di attirare l'attenzione. Se però ti avvicini e apri la porta dei box ecco la trasformazione: quei cani inizialmente così socievoli si irrigidiscono. Nessuno scappa subito fuori, ma attendono a testa bassa e perfettamente immobili quello che sarebbe accaduto. Reagiva così circa il 50% delle fattrici (le femmine destinate alla riproduzione, ossia le "fabbriche di cuccioli") e in misura minore anche gli altri adulti (i piccoli ovviamente invece si nascondevano dietro alle madri).

In gergo veterinario è il freezing, un sintomo dell'estrema paura provata dal cane impossibilitato a scappare quando percepisce un pericolo imminente. Altri urinano sul posto, altri si buttano pancia all'aria in segno di sottomissione.

Pericolo: una manipolazione dell'operatore, forse la somministrazione di farmaci, forse chissà.

Nei box c'è una mangiatoia a tramoggia con cibo costante, una situazione innaturale e incoerente con la naturale necessità dei cani di annusare in giro, esplorare e poi nutrirsi in maniera equilibrata.

Per bere devono succhiare da un sistema a muro, come negli allevamenti intensivi di maiali. Peccato però che i cani lappino l'acqua e che con quel sistema a muro siano completamente impossibilitati ad inumidirsi almeno un po' il muso ad esempio per abbassare la temperatura del corpo.

E in quel caldo opprimente l'unico sollievo rimane ansimare quindi, sempre più forte, con grave stress cardio vascolare.

Da quei box i cani non escono mai all'esterno, perché semplicemente non c'é uno sgambatoio.

Anzi a dirla tutta, probabilmente non escono mai da quei box. I dipendenti di Green Hill interrogati ieri hanno dichiarato sotto giuramento che, quasi per gioco, lasciavano aperte alcune gabbie, circa 9-10 contemporaneamente e lasciavano scorrazzare i cani nel corridoio. Ora: in ogni gabbia c'erano vari cani, fino a 8 nel caso delle fattrici coi cuccioli, negli altri almeno 2 o 3. Ogni box aveva un cartellino che segnava il numero identificativo dei cani contenuti e un altro cartellino con le disposizioni mediche. Al momento dell'affidamento alle famiglie non tutti i cani avevano il tatuaggio impresso sulle orecchie (peraltro praticamente illeggibile a causa del pelo), alcuni avevano il microchip regolamentare, altri addirittura nulla. Risulta quindi abbastanza difficile immaginare come avrebbero potuto poi gli operatori risistemare tutti quei cani nei rispettivi box. Il tutto dovendo impiegare una quindicina di lavoratori, divisi su turni dalle 6/7 del mattino alle 14/15 per 5 capannoni da lavare, i cani da alimentare ed eventualmente curare, i parti da gestire, etc.

La conferma poi dello stress e della noia causata dalla totale mancanza di stimoli esterni patiti da quei cani è testimoniata dai comportamenti stereotipati messi in atto, così simili a quelli osservati negli animali prigionieri degli zoo e delle gabbie dei circhi. Girano e girano in tondo rincorrendosi la coda; girano e girano nello stesso verso per gli stessi passi tanto da scavare nella segatura dei percorsi.

Segatura che, non avendo altro da fare, mangiano. E di segatura muoiono. Muoiono in molti, perché è troppo sottile, i cuccioli l'annusano, la ingeriscono e muoiono soffocati. Anche gli adulti muoiono per i cosiddetti tappi: la segatura si compatta bagnata dalla saliva e si incastra nell'esofago, nello stomaco, fino a impedire il passaggio dell'aria o del cibo. Basterebbe poco per salvarli, invece è meno dispendioso lasciarli morire. Tanto sono solo cavie. Negli ultimi mesi la dirigenza aveva disposto di acquistare una segatura più grossa, riuscendo solo con quel semplice gesto a diminuire le morti.

Niente sgambatoio, ma in compenso nel capannone 3, quello chiamato sala parto, perché conteneva le fattrici e i loro cuccioli, c'era una sala operatoria non autorizzata.

Si eseguivano parti cesarei (un terzo delle fattrici aveva cicatrici di parti precedenti), castrazioni e altri interventi. Da quando la proprietà è stata acquisita dalla Marshall (la multinazionale americana) l'anestesia veniva somministrata direttamente. Il cane immobilizzato dall'operatore è costretto a respirare da una mascherina l'isoflurane, un gas fortemente irritante che lo anestetizza poco a poco. Quindi prigioniero, con un gas irritante nei polmoni e le forze che se ne vanno via: immaginate lo stress e la paura. Anche nel bugiardino del farmaco sarebbe prescritto di utilizzare una pre-anestesia per sedare in parte il cane, ma è sicuramente più veloce e meno dispendioso non badare alle disposizioni del foglio.

Sulle questioni mediche tante stranezze.

Intanto sui cartellini sanitari mancava spesso la firma di un veterinario. Addirittura anche sulle schede dei cani uccisi, quelli a cui era stata somministrata l'eutanasia. Sui 66 cartellini campione acquisiti come prova dal tribunale solo 15 sono stati firmati dal veterinario, chi dunque si era preso la responsabilità di scegliere di uccidere, chi aveva poi eseguito concretamente la soppressione?

Ancora peggio poi guardare alle motivazioni per queste morti. A detta degli esperti veterinari solo 12 su 66 erano giustificate dal quadro clinico, le altre 54 erano incomplete o inattendibili. 2 non riportavano null'altro che la data di nascita e quella di morte. 7 segnavano come causa di soppressione la rogna.

Rogna demodettica, un'infezione parassitaria della pelle facilmente curabile e che comunque non è mortale se non per complicazioni, ossia se non curata espone maggiormente il soggetto ad essere attaccato da altre malattie o setticemie.

M7306121 SACR SKN3.

Un maschio nato il 18/06/11, SACR (sacrificato, ossia ucciso) il 30/11/11 per SKN3, ossia per rogna.

C'era un manuale con tutte le disposizioni e le sigle per segnare le disposizioni mediche.

Perché in quell'allevamento erano endemiche rogna, diarrea (per il parvovirus) e congiuntiviti.

E di quelle (e di altro) si moriva. 6 mila cani in due anni e mezzo.

Ad inizio processo è stato consegnato al giudice il documento sullo stato di salute dei beagle affidati, quei circa 3000 prigionieri che hanno smesso di essere sigle e si sono trasformati in amici a quattro zampe.

In 2 anni ne sono volati in cielo 98, fra cuccioli nati morti e animali fortemente debilitati usciti da quel lager, un numero che ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che ora i cani stanno bene.

E stanno bene perché ora finalmente sono trattati per quello che sono: cani.

L'avvocato della difesa ha cercato in ogni modo ieri di convincerci che esistono i cani da affezione e quelli da sperimentazione, come se fossero due specie distinte: i beagle da salotto e quelli da laboratorio.

Certo la selezione ha creato razze fisicamente e caratterialmente più predisposte alla caccia, altre al nuoto, altre alla pastorizia, etc., ma tutte queste sono composte da individui che scodinzolano, abbaiano, creano legami sociali. Tutti hanno bisogno di muoversi, annusare e giocare, in una parola vivere allo stesso modo. In questo caso poi non solo stiamo parlando della stessa specie, i cani (Canis lupus familiaris), ma pure della stessa razza, i beagle e risulta ovvio che possano esistere soggetti più espansivi, altri più paurosi, altri più irrequieti, altri più giocherelloni, ma non per questo cessano di essere beagle o tantomeno di essere cani.

Noi, e con noi tutta letteratura biologica,medica, etologica e il semplice buon senso sappiamo che quelli erano e sono solo cani.

Non cavie, non merci deperibili, non sigle segnate a malapena in qualche registro.

E lo stesso rispetto per la vita dovrebbe essere garantito ad ogni essere vivente.

Per questo è il processo di inizio Millennio.

Scegliamo la vita, scegliamo una ricerca che salvi davvero uomini e animali.

Basta #vivisezione.


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