VITA DA VISONE


Sono nato un giorno di maggio.
Maggio è un bel mese in cui nascere. Getti il tuo primo sguardo su di un mondo sbocciato da poco, un mondo che apertosi come un fiore inizia ad arrotondarsi e riempirsi. Un mondo che diventa un frutto. Anche la pancia di mia madre deve essere stata tonda come un mondo: eravamo in 5 là dentro. Il frutto ad un centro punto è scoppiato ed eccoci fuori. Dentro maggio. Dentro … non so come definirlo: un luogo che non è morbido e tiepido come il ventre di una madre. Un luogo in cui stare stretti non è piacevole come lo era. Come dovrebbe esserlo.
Comunque: eccomi qua. Appena nato. Come i boccioli che stanno trasformandosi in frutti. Come maggio. Come il mondo.

Cerco le mammelle della mamma e molto spesso trovo pelle irritata, lesioni, sangue, liquidi maleodoranti … anche la sua pelliccia non brilla come quella di altri noi …
Sì ci sono altri noi, altri me … vicino al posto dove vivo con la mamma e miei 5 fratelli ci sono altri posti così con altri noi.
Alcuni si comportano in modo strano. Passano ore intere a danzare. A ripetere gli stessi passi di un balletto che non cessa … altri invece rimangono stesi per ore, per giorni … rimangono stesi … non respirano neanche … sono persi in un sonno che sembra non finire … e forse davvero non finisce … non lo so … anche perché ad un certo punto scompaiono … ad un certo punto arriva il gigante e se li porta via gli addormentati …
Anche uno dei miei fratelli ad un certo punto si è addormentato … è la mamma che lo ha fatto dormire … la mamma lo ha stretto a se e lo ha leccato … mordicchiato … divorato … prima che il gigante lo portasse via c’erano dei piccoli insetti che gli nuotavano addosso, dentro, nella ferite … che puzza … lo stesso odore che sento nei tagli sporchi e antichi della mamma … lo stesso odore che si mescola agli altri odori: feci, pipì, altri di noi addormentati in altri posti …
Non dovrei nemmeno sentirlo questo odore. Ci sono nato. Eppure mi disgusta.
Ci sono altre cose che mi sembrano strane anche se da maggio nulla è cambiato … eppure … eppure sento sempre più spesso un rifiuto, una repulsione verso …
Il posto. Il posto è il luogo dove sono arrivato quando sono uscito dalla mamma. Il posto sono tanti fili di duro e freddo materiale intrecciato che ti tagliano a volte quando ti muovi o dove rimani incastrato … il posto diventa sempre più stretto … le mie zampe si allungano … il mio corpo si dilata … ma il posto mi sembra stretto perché è dentro che sto crescendo … dentro sta sbocciando un fiore … un desiderio … un respiro così profondo da non accontentarsi dell’aria che incastrata tra il ferro e le ferite, tra la mamma e i miei fratelli inalo … l’aria puzzolente e pesante … dove trovare l’ossigeno? Fuori dal posto ci sono altri posti … una fila lunga da un lato e dall’altro … e sotto il vuoto … cosa c’è alla fine della fila? Forse l’ossigeno che mi manca?
Anche la mamma e i fratelli mi sembrano strani … sempre più spesso ci scontriamo, ci infastidiamo … non è più come nella pancia prima di maggio …
E il gigante … quando arriva la mamma e gli altri noi si agitano strillano … quando arriva è un’ombra che per un attimo ingloba tutto … si muove, traffica, tocca, strappa, apre e chiude … fa scomparire gli addormentati e posa sul ferro un cibo freddo morto che la mamma con mosse da contorsionista lecca e mordicchia … io preferisco il suo latte velenoso …

Poi è già luglio … e il caldo s’insinua tra gli intrecci del ferro e l’intreccio di corpi che siamo io la mamma e i fratelli … ci mordiamo, graffiamo, ringhiamo addosso … il posto ci si stringe addosso di momento in momento …
E’ luglio e arriva il gigante. Il gigante che mi strappa dal seno martoriato della mamma e con me i miei fratelli e ci strappa via dal ferro e ci srotola scioglie libera gli uni dagli altri.
Ci porta via.
La mamma mi guarda un’ultima volta. Mi aggrappo al suo sguardo e cerco di succhiare come succhiavo dal suo seno tutto il nutrimento che mi servirà per sopravvivere a questo distacco. Tutto l’amore.
Ma solo qualche goccia, lacrima stanca... la mamma è un corpo vuoto.
Non la rivedrò mai più.

E’ luglio e il gigante mi porta in un posto dove sono solo … finalmente posso muovermi … girarmi … muovere qualche passo sul ferro sopra il vuoto … e respiro … respiro a pieni polmoni … respiro così profondamente … respiro così a fondo e intensamente che da non so dove arriva … leggero, impalpabile, un’ombra, ma lo sento … un odore … non odore: è sterco e ferite che sanguinano … no sento: un profumo … non riesco a dargli una forma, una consistenza … un profumo incerto e sottile … così sottile da riuscire ad insinuarsi ad ingannare l’orrore che respiro da maggio … respiro così profondamente da sentire. Da capire. Un profumo che mi fa non immaginare, ma sapere che oltre la fila di posti c’è qualcosa … un altrove che al solo respirarlo mi riempie come la mamma a maggio … e come la mamma ad un certo punto esplodo … e quello che partorisco sono io. Io che assomiglio anzi sono quel profumo. Io che per raggiungere quel profumo mi agito, mi eccito e corro … corro e corro ancora … ma non mi muovo … ovunque io appoggi le zampe c’è il ferro … corro, ma è come se rimanessi immobile nel posto … corro e come me gli altri me nei posti intorno … e ricordo e capisco le danze che osservavo un’eternità fa a maggio appena scoppiato fuori dalla mamma …
corro e inciampo, mi taglio … sono solo nel posto, ma il mio desiderio mi fa ingigantire … mi rompo le ossa, le distorco … ma corro …

Settembre e ancora corro corro … solo il gigante interrompe la corsa … appoggia sul freddo metallo un cibo altrettanto freddo e guardandomi senza vedermi se ne va … e lecco e mordicchio e mi contorco per mangiare … e poi ricomincio a correre … e poi altro cibo e contorsioni … e correre … e mangiare e correre … e tutto è così uguale a se stesso che se non fosse per settembre, che come me corre, finirei per credere di non essere qui … di non essere … mangio corro e bevo … e le gocce fresche, che mi bagnano il muso, mi bruciano come il sole sul metallo d’agosto … in ogni goccia c’è un’immensità, uno spazio che la mia mente contenuta nel posto fatica ad immaginare … una grandezza che spezza i fili di metallo che mi trattengono … scioglie i nodi che mi legano … qualche goccia e le zampe si agitano, il pelo si rizza, il corpo si tende … immagino una goccia sull’altra … dentro l’altra … immagino un numero infinito di gocce ed io goccia a mia volta … altrettanto limpido fresco puro … ho sete … sete …

E fame. Il gigante mi dà sempre meno cibo … e il mio corpo smagrisce, si asciuga, quasi scompare … se non fosse per la pelliccia maestosa che mi ricopre! La vita che abbandona il corpo germoglia e sboccia nel manto che lo ricopre … e nel fitto del mio manto mi rifugio dalle lame del vento … il freddo e l’odore dell’altrove che mi chiama mi tira a sé … e ricomincio nonostante tutto a correre verso un posto che non potrò mai raggiungere … corro bevo mangio corro bevo mangio corro bevo mangio … incessantemente … corro bevo mangio … corro bevo mangio … e odio queste zampe che si muovono senza pace, senza mai arrivare … le odio … e le mordo … le azzanno … le ferisco, ma loro continuano a correre, correre … voglio fermarle … voglio farle dormire … come gli altri me immobili … che neanche respiravano … e corro corro corro corro …

Corro fino a dicembre … corro fino al momento in cui il gigante mi prende e mi porta via … come dal posto in cui c’erano la mamma e i fratelli … mi porta in un posto senza fili di ferro … senza luce … senza altri me … senza puzze e senza profumi … o forse sì … un odore … come uno schiaffo … poi un graffio … smetto di respirare … trattengo il fiato … e con l’ossigeno trattengo il ricordo dell’altrove … sento che qualcosa mi sta abbandonando che quell’odore mi sta rubando l’aria …. ma non voglio respirare … voglio tenermi dentro il desiderio e l’immensità … dentro i polmoni … dentro di me … voglio perdere la puzza, le ferite, la sete e la fame … voglio perdere la vita … ma non la speranza di un altrove … la speranza … 


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